
Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che basti una buona Strategia Social per costruire visibilità, reputazione e risultati concreti, ma il caso VAVA dimostra quanto questa convinzione sia fragile. Quando non esiste una vera Strategia Multipiattaforma, il rischio è quello di dimenticare un principio fondamentale: i social media non sono proprietà, ma spazi concessi da piattaforme terze, governate da regole e algoritmi che possono cambiare senza preavviso. Affidare tutta la propria comunicazione a un solo canale significa esporsi a una forte Dipendenza dalle piattaforme Social, rinunciando di fatto al controllo sul proprio lavoro, sui contenuti e sul valore costruito nel tempo.
La recente chiusura del canale YouTube di Vava77 ha acceso un dibattito acceso anche a Bergamo e provincia, soprattutto tra chi lavora con i contenuti digitali. Parliamo di quindici anni di produzione creativa, centinaia di video, una community fidelizzata e un patrimonio culturale e ironico profondamente legato al territorio. Tutto improvvisamente oscurato da una decisione presa da una piattaforma globale, spinta – pare – dalle segnalazioni delle grandi major dell’industria cinematografica.
Molti si sono chiesti se il VAVA abbia ragione o torto. È una reazione comprensibile, ma è anche una semplificazione che rischia di farci perdere il punto centrale della questione. La vicenda non riguarda solo un creator bergamasco molto noto: riguarda il modo in cui oggi costruiamo (o non costruiamo) la nostra presenza digitale.

YouTube, come Instagram, Facebook o TikTok, è una piattaforma privata. Questo significa che chi pubblica contenuti al suo interno non è proprietario dello spazio che utilizza, ma un ospite che accetta regole, algoritmi e sistemi di controllo spesso automatici. È possibile fare ricorso, protestare, spiegare le proprie ragioni, ma la decisione finale resta sempre in mano alla piattaforma.
Quando poi entrano in gioco soggetti enormi come le major cinematografiche, il rapporto di forza diventa ancora più sbilanciato. Da una parte c’è un creator, dall’altra colossi con uffici legali strutturati e interessi economici enormi. Pensare che la partita sia alla pari è, purtroppo, poco realistico.
Uno degli aspetti più dolorosi emersi dal caso VAVA è la cancellazione indiscriminata di tutto il canale, non solo dei contenuti segnalati. Questo dimostra una verità spesso ignorata: le piattaforme non ragionano come archivi culturali o biblioteche digitali, ma come ambienti regolati da automatismi e policy rigide.
Affidare a un social o a una piattaforma video il ruolo di “memoria storica” del proprio lavoro è una scelta rischiosa, soprattutto se quel lavoro ha un valore professionale, economico o identitario.
Il caso VAVA porta alla luce un errore che accomuna creator, liberi professionisti e imprese locali: costruire tutta la propria attività su un solo canale digitale. Non è un errore usare YouTube o Instagram, anzi. Il problema nasce quando quei canali diventano l’unico luogo in cui esistiamo online.
Anche comunicare oggi di più su Instagram non risolve il problema strutturale. Instagram resta una piattaforma terza, con regole che possono cambiare da un giorno all’altro. La visibilità può crollare, l’account può essere limitato, i contenuti possono non essere più mostrati.

Parlare di strategia multipiattaforma non significa “essere ovunque”, ma dare a ogni canale un ruolo preciso. I social servono a intercettare pubblico, creare relazione e amplificare i messaggi. Ma non possono essere il centro di gravità di un progetto.
Senza una struttura solida alle spalle, ogni cambiamento imposto dalle piattaforme diventa una minaccia invece che un semplice aggiustamento di rotta.
Qui arriviamo al punto più importante, soprattutto per le attività locali di Bergamo e provincia. Il sito internet non è un optional né una semplice vetrina. È lo spazio digitale che realmente ci appartiene, l’unico luogo in cui possiamo decidere cosa pubblicare, come organizzarlo e come farlo durare nel tempo.
Un sito ben costruito permette di lavorare in ottica SEO e GEO, intercettando ricerche locali, rafforzando il posizionamento sul territorio e costruendo autorevolezza. È il luogo ideale per raccogliere contenuti, storie, progetti e trasformarli in un patrimonio stabile, non soggetto agli umori degli algoritmi.
Il problema non sono i social, ma il modo in cui vengono usati. Troppo spesso diventano il fine, quando dovrebbero essere il mezzo. I social dovrebbero accompagnare le persone verso il sito, non sostituirlo. Dovrebbero essere ponti, non fondamenta.
Chi lavora nella comunicazione, nel turismo, nella ristorazione o nei servizi locali non può permettersi di dipendere da un unico canale. Soprattutto in un territorio ricco e competitivo come quello bergamasco, la differenza la fa una strategia che guarda al lungo periodo.
La vicenda del VAVA non è una condanna dei social media, né una critica alla creatività online. È un avvertimento molto chiaro: chi pensa che basti “essere sui social” sta costruendo su terreno instabile. Chi concentra tutto su una sola piattaforma sta delegando il proprio futuro a decisioni che non controlla.
La domanda giusta non è se può succedere anche a noi. La domanda giusta è cosa resterebbe del nostro lavoro se domani una piattaforma decidesse di chiuderci la porta. Se la risposta è “poco o nulla”, allora è il momento di ripensare la strategia, partendo da una base solida: una casa digitale che sia davvero nostra.
Il caso VAVA non è una storia che riguarda solo i creator o chi vive di contenuti digitali. Riguarda chiunque oggi comunichi, lavori, venda o costruisca la propria reputazione online. Riguarda le imprese locali, i professionisti, le attività che ogni giorno investono tempo ed energie sui social senza chiedersi davvero cosa resterebbe se domani quella piattaforma non fosse più disponibile. La domanda, a questo punto, non è teorica né lontana: è concreta e attuale. Tu stai costruendo una casa digitale tua o stai ancora vivendo in affitto? Se questa vicenda ti ha fatto fermare un attimo a riflettere sulla tua strategia, allora forse la lezione è arrivata nel momento giusto. Ora sta a te decidere cosa farne.
